Selva (un cognome heideggeriano) è autrice che si confronta esperienzialmente con un mondo in via di postalfabetizzazione che ha preso il via sul finire del millennio scorso con il progressivo dominio degli stati di fatto, delle pseudodomande, delle risposte e delle interlocuzioni prevedibili, che comprende solo quelle attese e condanna quelle imprevedibili, che non consolidano ma trasformano.

In queste righe si recensisce la trilogia di Bianca Maria Selva Antonutti che si può raccogliere sotto il titolo-idea “Al divenire di tutti”.(1) Il discorso sulla sua importante opera vuole essere condotto entro un’ottica non accademicamente letteraria ma di chi ha frequentato altri territori del conoscere.

L’autrice dona un esempio di sincera, solida e dinamica narrazione dell’apparire degli eventi entro felici declinazioni del ricordare. Si veda “Passata è la notte” in Il violino segreto a p. 18: «S’avvita il tempo» e tutto Il giardino della memoria, autobiografico in profondità).

La non-parola, ovvero non il silenzio ma la chiacchiera, è presenza prevalente nella cultura di massa contemporanea: Selva la denuncia attraverso atti puri di interrogazione che reinverano a fondo gli eventi al fuoco trasformatore della lingua materna ri-costruendo un poetico profilo del reale. Un soggetto poetico connesso alla Terra, tema presente anche nelle bellissime opere pittoriche che illustrano il III volume della trilogia (leggasi anche “Terra”, in Il violino segreto,  p. 45), con un corpo avvertito come luogo dello spirito; ed è un soggetto esposto a guadagnare in anima, incrementando in sé la capacità di pensare autenticamente.

Il pensiero e il poetare selvianei non saranno dunque pensati ma pensanti, non declinanti un sistema di conoscenze ma esprimenti il porsi stesso delle questioni da parte di un soggetto che agisce in un contesto. Saranno «un domandare che trasforma dalle fondamenta l’esserci, l’uomo, la comprensione dell’essere» (Heidegger. L’essenza della verità, Adelphi, Milano 1997).

Leggere queste poesie è un intervallo nella frenesia generale; ci si può immaginare goduto in un salotto con un bicchiere di Passito di Romagna (terra di cui Bianca è originaria). È un immaginare che è per tutti un modo di vivere e per il poeta -non la chiamerò poetessa come sarebbe oggi politicamente corretto poiché ritengo che il poetare sia uni-versale- la totalità/insieme del reale. Ci sono in questi versi le luci dal reale presente e nascosto, vi è magia della terra con le sue creature, l’incanto pascoliano di un ceppo acceso in un focolare antico. Poesia sono qui anche le occasioni rivissute nel rimpianto per ciò che non è stato, oppure è stato ma non l’abbiamo visto o è irrimediabilmente trascorso; ma essa è pure flash di armonia, rinata speranza e gioia per quel tanto o quel poco che nel suo accadere ha comunque reso fruttuosa una vita.

Nella poesia antonuttiana trovano dimora i vissuti del nostro essere-al-mondo. La lettura evoca ulteriormente nel lettore un ricorrente interrogativo heideggeriano: perché la poesia in un mondo spoetizzato, dominato dall’economicismo, dall’ideologia del porta-a-casa, del risultato verificabile? L’esperienza poetica -azzarderei- è componente essenziale dell’esistere dell’uomo e della donna, perché consente di coinvolgere intelligenza e affettività richiamando alle origini, aprendo e lasciando aperta la porta sul mistero dell’essere. Poesia è l’Intero, e lo è nella sua evidenza attraverso i poeti che lo comunicano attraverso universali non concettuali (Kant, giudizio riflettente estetico). La poesia è dei bambini e degli adulti integrali, coloro che sono anche quel che sono stati, hanno conservato come Bianca una capacità di sguardo innocente, condizione per una esperienza gratuita e autentica di ogni profonda intelligenza del reale. Nella sua poesia non ci sono concetti dichiarati (il reale “conciato” come le pur belle vigne del Friuli) ma apparizioni, immagini, perforazioni offerte al campo di eventi visibili e invisibili. Tali sono le opere di autentica arte, intendendo per “autentico” la condizione di quando reale e apparente, personale e collettivo insieme trovano campo in pagina. Con la piacevolezza di leggerla nelle curatissime edizioni di Il Piccolo Torchio, curate da Interlinea di Novara.

Il mondo di Bianca non è semplice; è di una complessità che si sviluppa linearmente, per linee unitarie; si snoda per cavi di significazione monovalenti e privi di ambiguità intorno a una forte struttura centrale da cui s’allontana per linee radiali, le stesse poi utilizzate per la riconversione e la ricomposizione in armonia di suoni. Un mondo allergico a formulazioni date, che raramente ricorre alla citazione, per evidenziare le linee essenziali e necessarie per la promozione umana (es. in “Docere”, in Il violino segreto, p. 91); esalta la fluidità, lo scorrere regolare delle parole entro armoniche, musicalmente declinate strutture sintattiche.

Un esperto di linguistica potrà in altra sede studiare la matematica precisione con cui la sintassi selviana connette eventi e sentimenti con strutture nel contempo rigorose e agili (ovvero non semplicemente flessibili). Selva nella sua scrittura ha un’etica della precisione e una rigida linea genetica: possiede un DNA non solo personale ma singolare; è anche fortemente portata a rinnovarsi tal quale nelle strutture formali, dando luogo alla riconoscibilità dell’autore.

La Selva Antonutti, insegnante classe 1946 impegnata nell’innovazione e aggiornamento nella scuola, è difficilmente configurabile nel linguaggio di molti linguisti del secolo scorso e didattologi di quello nuovo e al loro “disco protetto” dal contatto col tempo, che è invece grande seminatore di novum linguistico.

A noi insegnanti (un ispettore è un insegnante cui vengono attribuiti anche altri compiti) tocca da sempre, indipendentemente dal progetto riformatore del momento, preservare in qualsiasi scenario storico il tesoro della lingua madre per farne dono alle nuove generazioni. Ciò è consentaneo all’opera di Bianca in cui si avverte il sostrato della tradizione letteraria ed anche il manifestarsi di “un’aria nuova di poesia”(1) In essa interiorità e natura, psicologia e stile s’intrecciano con levità. Quanto, poi, alla novità delle tematiche, abbiamo ad esempio il rogersiano approccio ai fanciulli, detti “creature nuove e sagge”, con cui l’autrice vive un “del tutto personale” rapporto di “facilitazione” unificante (in “Creature” e  “Io nel sogno”, Se noi come vetro, pp. 25-26; la prima opera, incentrata sull’alterità).

Nelle parole di Bianca Maria Selva Antonutti suona l’eco dei silenzi delle Biblioteche, uno spirito di pace, un atteggiamento non agitato, una disposizione interiore di tranquillità, di apertura al nuovo, dove per apertura s’intende ascolto (porger le orecchie dell’anima) e accoglimento (raccogliere presso di sé). È l’idea di Biblioteca e di Scuola come luoghi protetti dalle circostanti terre ove lo scritto cede terreno al parlato, ma al parlato seriale, anonimo, abbreviato, semplificato, a una lingua SMS da cervelli in fibrillazione.

Nel linguaggio poetico dei tre volumi si muove qualcosa di vivo, si afferma un’idea di lingua come quella di Giovanni Gentile: lingua come corpo vivente, o come quella di Martin Heidegger, il quale vi ravvisava la casa dell’essere, la dimora in cui più autenticamente abita l’uomo. Solo ciò che vive esprime e aiuta la vita.

Riterrei la lettura dell’Antonutti importante per gli studenti e i docenti di lingua italiana poiché:

– può aiutare i giovani a capire che la lingua non é solo un mezzo e uno strumento: come Dante ci ha mostrato, è essenzialmente luce (forte in Bianca il tema della luce) e suono, e punto di condensazione del Tutto;

– questa poesia può co-ordinare lo scatenarsi dei significati tra chi parla e chi ascolta e, qualche volta, il loro incontro entro un orizzonte comune di cui essa é parte essenziale (si ha così, da parte di Bianca, il raggiungimento di un orizzonte compiuto, mirante – anche se in maniera subliminale – a realizzare “reali” incontri interpersonali, con arricchimento reciproco e sensibile armonia);

– tale lettura aiuta a comprendere che ogni dire autentico é anche un con-dire; dire insieme a chi ascolta o legge. Bianca lo dice particolarmente rappresentando la nonna, figura qui poeticamente egemone, influente, forse, ancor più del padre, della madre e del marito che pure deve essere stato importante, a giudicare dalla sintonia delle sue illustrazioni con i testi del libro;

– la poesia antonuttiana ri-vela e dis-vela soprattutto in Il giardino della memoria, con la visione poetica della bottega e della casa e il ricordo della nonna, la sua creativa dipendenza dalla catena di tutti coloro, presenti o assenti, vivi o defunti, che hanno in qualche modo interloquito con l’autore nominale del discorso. In ogni parola di questi libri c’é, se non l’eco, il riverbero di tutte le parole che l’autrice ha ascoltato.

Studiamo dunque la lingua della terra natìa,(2) porta sul nostro universale come fenomeno costitutivo dei fenomeni, mediazione tra il pensato e il pensabile: questo l’invito ai giovani che Bianca sembra magistralmente rivolgere. Acquisiremo il senso dell’oscurità e della luce, entreremo nel circolo magico di chi ha qualcosa di autentico, ovvero personale e collettivo insieme, da dire. Dal rumore al silenzio e di lì al suono, dalla caligine alla luce piena. La lingua: infinità di un dono che tutti abbiamo ricevuto e che abbiamo obbligo di tramandare e vestire di nuove forme. Come fa Bianca nell’affidare il suo personale apporto al divenire di tutti.

Gabriele Boselli

docente a contratto di Filosofia dell’educazione in Urbino e Ispettore scolastico f.r.

(1) Opere costitutive della trilogia:
-Se noi come vetro (poesia dell’alterità, con prefazione di Roberto Cicala), Il Piccolo Torchio, Novara 2000
-Il giardino della memoria (prosa lirica, con prefazione di Guido Petter), Il Piccolo Torchio, Novara 2010
-Il violino segreto (poesie scelte, con prefazione di Gabriella Burba), Il Piccolo Torchio, Novara 2021
(2) Dagli atti di consegna del premio Letterario Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980.
(3) Per il poeta, Bianca Maria Selva Antonutti, questa terra è l’Italia del Friuli nella sua visione radicata in quella della Romagna imolese, terra peraltro assai diversa dalla Romagna savignanese in cui è cresciuto l’autore di queste note.
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