Per l’addio a Sebastiano

di Roberto Cicala

«Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla».
Le parole iniziali della Chimera indicano la direzione che questo pomeriggio, organizzato dal Comune di Novara con lutto cittadino e cerimonia ufficiale, ci troviamo a percorrere e vivere insieme, a cominciare dalla lettura e dai sentimenti suscitati dal brano di Puccini, Crisantemi, eseguito dal quintetto d’archi: parole e note che ci aiutano a uscire dal rumore.
Caro Sebastiano, domenica notte, dopo aver atteso con compostezza che il male improvviso ti sottraesse l’ultimo respiro, sei definitivamente uscito dal rumore e sei andato in fondo alla notte.
Ora ti salutiamo, così numerosi, nel luogo in cui la tua Antonia trascorse la sua ultima notte prima del rogo a Zardino. E lo facciamo secondo le precise disposizioni che hai dettato per la tua ultima storia che, questa volta, dobbiamo raccontare noi.
Hai scritto che non volevi né liturgie né discorsi e così facciamo: non un’orazione, mi hai chiesto, e così è una lettera quella che sto leggendo, l’ultima lettera, delle molte che ci siamo scambiati in venticinque anni di letteratura come vita.
Nel letto – senza speranza – dell’ospedale, aggrappato alla mano di tua moglie Paola, capitava che tu aprissi gli occhi con lo stesso sguardo dell’incipit del tuo capolavoro, ascoltato poco fa nell’intonazione ormai classica della voce di Lucilla Giagnoni: «Dalle finestre di questa casa si vede il nulla». Ma dalla finestra dell’Hospice di Casale Monferrato, guarda caso intitolato a un altro novarese – amato da molti – come mons. Zaccheo, non vedevi più la pianura del riso, eletta a uno dei tuoi protagonisti assoluti. No, osservavi ormai un altro paesaggio e talvolta ricordavi momenti della giovinezza all’ombra della Cupola, dov’eri arrivato a pochi anni d’età senza le carezze e l’affetto di cui ogni bambino ha bisogno.
Avevi sentito la necessità di confessare, alla tappa dei 70 anni, nel libro autobiografico Un nulla pieno di storie, il dolore e la sofferenza di quella fanciullezza che ti aveva fatto vivere l’esperienza straziante dell’abbandono e di un sentimento che hai saputo raccontare come nessun altro, l’odio, sulla pagina trasfigurato nei conflitti sociali, nelle storie all’apparenza senza redenzione, in una corazza per difenderti dai fantasmi.
Il tuo rifugio, e la maniera di comprendere la vita e il mondo, è stata la scrittura, sono state le parole: quelle che lungo la giornata di oggi sono risuonate, per voce dei tuoi lettori, nella Biblioteca Civica Negroni che hai spesso sostenuto nelle iniziative del Centro Novarese di Studi Letterari.
Altri lettori in tutt’Italia, sollecitati dalla vasta eco nazionale suscitata dalla notizia della tua improvvisa morte, oggi hanno ripreso in mano i tuoi libri di una vita che con le tue storie potremmo rivivere, se ce lo consenti, come una lunga giornata letteraria su cui vorremmo non calassero mai le ombre della notte.

La tua giornata letteraria è iniziata sotto una luce luminosissima, quand’eri giovane e i tuoi occhi vedevano il mondo del Sessantotto, le tue gambe correvano in bicicletta lungo il Ticino che per te era frontiera, come quella americana del Mississippi di Huckleberry Finn; intanto le tue mani provavano anche l’arte con i colori e il pennello, prima di tentare con i tasti della macchina per scrivere Olivetti che non avresti mai abbandonato e che ora hai qui, ai tuoi piedi.
La tua voce era forte e voleva contestare: erano gli anni ’60 e ’70. Dopo la laurea in con una tesi sull’arte contemporanea e la psicanalisi discussa con Cesare Musatti e durante un primo periodo di insegnamento, avevi aderito alla neoavanguardia del Gruppo 63 esordendo con testi poetici e affermandoti con alcune prose sperimentali, tra cui Narcisso del 1968 e Tempo di màssacro da Einaudi, poi tuo editore per mezzo secolo con amici come Giulio Bollati e Roberto Cerati.
Qui travasavi nella pagina, con furore linguistico e satira culturale, le inquietudini politiche e sociali di quegli anni. Rispetto a queste esperienze, Abitare il vento del 1980 segnava il primo tentativo di un distacco e di una svolta. Ma il tuo protagonista, come nel successivo Mareblù, si sentiva incapace di cambiare il mondo con metodi trasgressivi e rivoluzionari.
Così hai cercato nuovi personaggi o, meglio, una letteratura pura: te l’ha insegnata il poeta Dino Campana, incontrato nell’immaginazione sul baluardo, davanti alle montagne, dove questo poeta, il tuo “babbo matto”, si era fermato quel giorno del 1917 quando era stato scarcerato dal castello di Novara. L’avevi raccontato nella Notte della cometa, la tua prima opera della stagione narrativa matura.
Dalla voce urlata sei passato al silenzio. Le prospettive più forti ti si sono rivelate non quelle dell’attualità o dell’avanguardia ma quelle ritrovate nella storia, guardando indietro dalla tua finestra. Deluso dal presente hai iniziato a ritirarti per scoprire un senso nelle vicende del passato, perché le cose viste a distanza si comprendono meglio.
Avevi ragione quando ti definivi «viaggiatore nel tempo»: hai accompagnato noi lettori dall’età romana di Un infinito numero e Terre selvagge al Quattrocento di Stella avvelenata, fino alla contemporaneità di libri come Archeologia del presente.
Sebastiano, non hai mai smesso di indagare il mondo con eclettismo intellettuale. E basterebbe il pamphlet Sangue e suolo sulla questione Alto Adige, tornata d’attualità con il libro Il confine degli ultimi mesi. Ma come dimenticare la raccolta di saggi che fin dal titolo la dice lunga sulla tua libertà e capacità critica, spesso scomoda, di giudizio: Maestri e no. In quel “no” c’è la tua moralità di individuo lucido e indipendente, disposto sempre a pagare sulla propria pelle i rifiuti intellettuali, il carattere poco accomodante. Eppure capace di grande generosità e ironia.

La tua investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illuminasse l’inquietudine del presente e ricostruisse il carattere nazionale degli italiani è approdata, dopo il Seicento della Chimera, al Settecento di Marco e Mattio, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento prima con Il Cigno nel 1993, toccando la mafia siciliana non senza polemiche e attacchi subìti, e successivamente con Cuore di pietra, dove ricreavi un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia fissando come protagonista Casa Bossi (perché per te si può e deve raccontare tutto: gli uomini ma anche un albero, un paesaggio, una casa), la neoclassica dimora novarese costruita dall’Antonelli dove hai anche abitato.
Nella tua lunga giornata di scrittore ti trovavi a osservare anche il presente per gli interventi militanti pubblicati sui quotidiani ai quali hai collaborato, prima “La Repubblica”, poi “La Stampa” e infine il “Corriere della Sera”, negli ultimi anni con la rubrica “Improvvisi”. Mandavi così ai tuoi lettori le tue riflessioni di chi guardava il mondo dalla finestra di una casa in mezzo alle risaie, la tua Marangana, che è simbolo della tua unicità di narratore di storia e di pianura conosciuto e tradotto nel mondo. Vorresti diventasse casa museo e centro studi ed è un dono culturale che volevi fare alla tua città, alla tua regione. Dopotutto hai sempre dedicato un’attenzione privilegiata alla tua e nostra Terra d’acque, per usare un tuo titolo, ricevendo anche il premio alla carriera Terra degli aironi proprio per la narrativa di pianura, accanto ad altri premi ben più prestigiosi come lo Strega per arrivare al Campiello, ancora una volta alla carriera, che ti verrà consegnato, ormai alla memoria, a Venezia il prossimo 12 settembre. Vorremmo tutti poterti augurare che si realizzi il sogno che coltivavi dedicato alla tua casa e che gli enti novaresi, piemontesi e nazionali vogliamo e possano sostenere il progetto.

Sei tornato indietro nel tempo fino ai Romani, nel 2014, con Terre selvagge, il libro con cui sei passato a Rizzoli, che ha ripubblicato poi la tua Chimera: oggi la prima pagina dattiloscritta del romanzo è infilata nella tua macchina per scrivere e la prima e ultima edizione sono qui, accanto all’autobiografia. Rappresentano anche i tuoi tre editori ai quali eri più legato: Einaudi, Rizzoli e la piccola Interlinea. Questi libri sono il segno di ciò che non muore per i vecchi e nuovi «tuoi lettori» che ti hanno dedicato le rose di vari colori sulla bara.
Avevi chiuso Terre selvagge con una frase dedicata all’Europa e con la metafora della musica. Te la rileggiamo mentre un’altra musica, di Fabrizio Gallina Sabarino, ci aiuta a ricordare nella mente le tue pagine più amate: «Come era grande e misteriosa l’Europa, centouno anni prima della nascita di cristo! Quell’insieme di pianure, di montagne, di mari e di fiumi e di laghi, di foreste e di terreni coltivati, per chi ci viveva era il mondo… Tutti i tentativi di unirla e dominarla sono falliti… Ma ora che tutte le sue guerre sono state combattute, che tutte le sue terre fertili sono state divise e coltivate e che tutte le sue foreste a sud della alpi sono state bruciate per fare carbone, l’Europa potrà tonare a essere il centro del mondo se riuscirà ad accordare gli strumenti di un’orchestra perché suonino tutti insieme una sola musica. La musica del futuro».
L’apertura all’Europa è un grande respiro, che tu ci aiuti a fare partendo dalla nostra Italia che i tuoi libri narrano lungo secoli, aree geografiche e fasce sociali: «Ho raccontato l’Italia» sono le parole che hai posto, come sigillo finale, a chiusura dell’ultimo libro, terminato combattendo con la malattia sul tempo, svegliandoti di notte per finirlo. In quel libro, che Rizzoli pubblicherà a settembre, torni nel Seicento ma a Napoli e si intitolerà Io, Partenope. Lì ci sono le ultime parole che sei riuscito a scrivere per tutti noi.
Alla fine non sei riuscito più a tenere in mano la penna e a te, che non hai mai usato il computer, restava solo la voce e dicevi: «Come Omero, il padre di noi narratori, che non scriveva. Finché resteranno in vita due persone, ci sarà chi racconta una storia e chi l’ascolta».
Quando la tua giornata andava finendo, talvolta sembrava che i tuoi occhi cercassero fuori dalla finestra o dentro la stanza qualcuno, forse Antonia, il «babbo matto» Campana, oppure Marco e Mattio da Zoldo, lo zio Alvaro: insomma i vinti cui ha dato la dignità della letteratura come Verga con padron ’Ntoni, sottraendoli dal nulla e dando loro vita.
Lo so che i più, talvolta, mal interpretavano il tuo isolarti, ma tu dovevi vivere giorni, mesi e anni con i tuoi personaggi, da solo, per poterne scrivere la storia, per consegnarla a noi come specchio per guardarci dentro.
Il nulla era il caos odierno, l’appiattimento dei valori, la situazione difficile e incerta, come la pianura nebbiosa e vaporante d’inverno o d’estate, in cui dobbiamo ritrovare noi stessi, le nostre radici. Sebastiano, tu ci ha insegnato a farlo attraverso le storie.
«Io sono un nulla che ha sognato molto» hai ripetuto spesso negli ultimi giorni in cui il destino ti ha fatto oscillare su un’altalena d’angoscia: fra la luce della candidatura al premio Nobel e il buio di questo improvviso male incurabile, tenuto per te fino all’ultimo nello stile solitario di un eremita laico della scrittura.
Quando la tua giornata si muoveva verso il tramonto, beffardamente più rapida del previsto, le gambe non reggevano più il tuo corpo, le mani non reggevano più la penna, la voce non aveva più la forza di uscire. E il silenzio vinceva non per tua scelta. Ti struggevi per essere bloccato a letto, senza speranza. Con parole lente dicevi: «Mi sento in una trappola». Chiamavi così la malattia, quasi un ultimo protagonista della tua storia finale di cui non hai potuto essere il deus ex machina.
Però le carezze che non avevi avuto all’alba della tua storia le assaporavi, con dolcezza, sul far della sera. Ed erano un sollievo. Finalmente, mi hai detto in uno degli ultimi colloqui, hai fatto esperienza diretta dell’amore.
«Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla».
Quando sei andato in fondo alla notte, alla fine, i tuoi occhi non vedevano più la realtà e forse scorgevano soltanto il “macigno bianco” del Monte Rosa, quella chimera che dà senso a un orizzonte piatto e pieno di zanzare. Alla fine i tuoi occhi si sono chiusi, come hai chiuso il libro della tua vita voltando l’ultima pagina. Ma questo nulla, anche senza la fede, è pieno di storie. E noi da oggi continuiamo a riaprire le pagine dei tuoi libri e ritrovare, sono le tue parole, un «nulla pieno di storie».
Caro Sebastiano, ora ti salutiamo augurandoti che, in fondo alla notte e al nulla delle tue storie, tu possa trovare una luce, la luce della vita della letteratura, che nelle tue pagine vincerà senz’altro il buio della notte e della morte.
Lascio a Giovanni Tesio, che rappresenta i tuoi critici ma anche gli amici e l’Università del Piemonte Orientale, il compito di leggere che cosa hai lasciato detto in Un nulla pieno di storie: «Niente di troppo impegnativo o di troppo importante. Soltanto qualche raccomandazione per “dopo”. Quando ci si sarà accertati ben bene che io sia morto (non facciamo scherzi!), voglio essere bruciato. Restare lì a marcire, a cosa serve? E voglio un funerale civile e laico, senza preti e senza discorsi. Da morto non mi importerà più niente, ma ora che sono ancora in vita mi piacerebbe che si suoni l’Internazionale. Non pretendo una banda: mi basta una fisarmonica».
Sebastiano, è con un quintetto d’archi della scuola Dedalo, con il maestro Gaetano Nasillo al violoncello, che suoniamo l’ultimo addio come hai voluto, lasciando a ognuno di noi nel proprio cuore la libertà di dedicarti un pensiero, un saluto intimo o un eventuale padre nostro silenzioso. E al termine, dopo il congedo dato dal sindaco, all’uscita sarà distribuito un segnalibro-ricordo di Interlinea proprio per questo.
Per te l’Internazionale non ha risvolti politici ma racconta ancora una volta una storia umana, sociale e paesaggistica insieme, come ci hai spiegato nel romanzo Le due chiese: «È consolante pensare  che tutto nasce da un sogno e nasce qui, re che tutto, poi, si ricompone nel silenzio e nella grandiosità di questo paesaggio… Anche qui gli uomini e le donne sono vissuti… Anche qui hanno sognato…»

Roberto Cicala

29.7.2015

Trascrizione dell’intervento a cura del Centro Novarese di Studi letterari




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