Il Diario intimo di Rebora: un inedito assoluto

a cinquant'anni dalla morte del poeta

 

Per la prima volta, cinquant’anni dopo la morte, viene pubblicato integralmente un diario inedito che l’anziano poeta Clemente Rebora scrisse dopo essersi fatto sacerdote con il voto segreto di «patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato». Il quaderno manoscritto si apre proprio su questa «scelta tremenda» e propone in flash back, col filtro della memoria, impressioni e immagini all’origine dei suoi maggiori testi, dalla visione della stazione di Milano di una celebre poesia giovanile dei Frammenti lirici fino alle metafore al centro dei Canti dell’infermità. Dopo fulminanti invocazioni, ricordi di incontri e sogni, sempre in chiave spirituale, in cui Rebora ci riaccompagna nei luoghi più cari a lui e alle sue poesie, le pagine finali rivivono il calvario di una giovane malata terminale alla quale egli fu vicino. Come ha scritto Carlo Carena, il diario è fondamentale «apporto alla conoscenza della biografia e comprensione, chiarimento e arricchimento dell’opera poetica reboriana: certamente per la ricostruzione della sua immagine e la spiegazione di alcune componenti fondamentali della sua natura e dei suoi scritti».

Dalla presentazione
Amici e testimoni hanno segnalato l’abitudine di Clemente Rebora, fin dagli anni della giovinezza, di appuntare note in calligrafia minuta su foglietti di carta altrettanto piccoli, spesso riciclati. Alcuni, scritti segretamente nell’abbaino della casa paterna di corso Venezia a Milano, sono divenuti i Frammenti lirici usciti nel 1913. Molti altri, redatti dopo «il gran bel stracciare» di carte e libri che fece nel 1930 quando egli scelse di cambiare radicalmente vita, sono rimasti tra i materiali conservati dai confratelli rosminiani alla morte, avvenuta nel suo letto di passione nel 1957. Talvolta, quasi per disturbare il meno possibile con le proprie parole, usava ritagli di volantini o il verso retri di calendarietti, con una scrittura ridottissima che si fece di anno in anno più tremolante. Oggi restano in tutto circa mezzo migliaio di foglietti che dopotutto tengono fede all’idea di frammento cui il nome del poeta è da sempre legato. Tra queste carte non esiste certo un’opera letteraria vera e propria lasciata inedita con l’intenzione di una pubblicazione futura; e anche tra i pochi quaderni, quelli redatti in senso unitario e consequenziale dall’autore, oltre ad alcuni compilati per un uso espressamente devozionale, l’unico ad avere un valore di testimonianza organica secondo le intenzioni dello stesso Rebora è quello che il primo segretario e archivista ha denominato Quaderno B, successivamente indicato come «diario personale». Carlo Carena ne ha compreso l’importanza «come apporto alla conoscenza della biografia e comprensione, chiarimento e arricchimento dell’opera poetica reboriana», oltre che per «la ricostruzione della sua immagine e la spiegazione di alcune componenti fondamentali della sua natura e dei suoi scritti».è un Rebora spirituale e intimo che va ascoltato senza preconcetti ma con rispetto e comprensione, nella consapevolezza che non leggiamo il Rebora delle poesie e delle lettere che è entrato nella storia della letteratura: stiamo aprendo il diario personale che ci offre la chiave per intuire, con il suo voto, il segreto della sua «scelta tremenda», il suo cuore, la sua anima.

Qualche brano
Di questa origine “laica” (Massoneria) era la società per la “pace”, che ottenne governativamente di festeggiare un giorno pacifista; e non so in qual anno, forse nel 1913
fui incaricato a parlarne alle scuole, ecc.; e credo sia spiaciuto il mio dire impostato sul principio che fallace è la pace e il progresso se non discende da una interiore trasformazione; allora si parlava di un scimmione, che avevano vestito all’umana, e fumava, andava in bicicletta, e via via... conchiudendo che quel scimmione sia camminasse sulle sue zampe, sia andasse in bicicletta, sia anche guidasse l’automobile, sostanzialmente rimaneva sempre la bestia che era, se mai peggiore per i mezzi che aveva a disposizione. Quando scoppiò la guerra, i fondi della società della pace furono devoluti per cannoni contro l’Austria : e parve un tratto logico... Quando partii per il fronte, al brindisi familiare: Viva l’Italia! io ribattei: – Sì, ma non quella di d’Annunzio! – Forse un mese prima che scoppiasse la prima guerra, si era in tanti adunati intorno a un grande tavolo, e si parlava del grandeggiare umano per la Scienza e il Progresso e via via... Mi pare che a un certo momento io battessi con la nocca sul tavolo, dicendo: Non sentite che sotto è vuoto? ©

 Cfr. il mio invilimento e avvilimento giunto all’estremo, quando, al tempo di Caporetto, fui inviato al manicomio di Reggio Emilia: nell’andarvi in tradotta transitando nella notte ghiacciata per la stazione di Rubiera, credetti d’essere alla meta, e scesi mentre il convoglio proseguiva il suo corso, e io rotolai sulla banchina in un luccicore di stelle e di ghiaccioli sul terreno. Rattrappito di freddo interno ed esterno, il sottocapo di guardia (non resistendo nella sala d’aspetto) mi permise di rifugiarmi alla sua stufetta. Dopo giorni che mi parvero lunghissimi, un medico amico mi venne a prelevare. Poi di nuovo, al manicomio di Mombello; ma il direttore amico, mi concesse di accompagnarlo nella visita ch’egli faceva per tutti i riparti e padiglioni. Quanto si abbeverò l’anima del tremendo infortunio e tragicità di gente scaduta a tutte le possibili minorazioni. E a quale miseria di corpo e di spirito mi ridusse il mio non voler più tornare al fronte, stravolto allora nella lebbra del peccato in cui gemevo infetto senza quaggiù aver chi mi soccorresse! Ma la divina Bontà manteneva nel mio intimo più profondo uno spiraglio di luce, che individuavo allora come una verghetta di cristallo di tersissima serenità che mi pareva implacabile e impassibile al mio tormento. Lo psichiatra, a Reggio, che mi diagnosticò, forse sentendomi parlare la definì con parola greca, mania dell’eterno... ©

Ma la tentazione di morire la rifiuto, e penso a vivere ancora perché questo è il massimo sacrificio mio; e non vorrei abbreviare neppur di un secondo lo sviluppo della Volontà Sua. Ma sento il niente di tutto, anche la parola vittima ecc. E sento che ancora non ho fatto quasi niente e che c’è ancora molto da lavorare perché il mio abbandono a Lui sia vero e intero. Io non capisco, né posso niente; per gli altri, non per me ha senso il dire, patisco con Lui, offerta, ecc. ecc. Non c’è che l’inimaginabile stanchezza della sofferenza fisica in ogni punto del mio corpo. Affido a lei perché faccia e mi tenga in Lui quello che non posso io. E tutto questo mi diceva più con gli occhi dal volto crocifisso, luminosi – e in docilità e grazie che mi diceva – che non con la voce ‘sfinita’, e resa quasi soffio dalla sordità iniziata.  ©

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©Clemente Rebora, Diario intimo, quaderno inedito, a cura di Roberto Cicala e Valerio Rossi, Novara, Interlinea, 2006, pp. 80, ill.; edizione di 499 esemplari numerati. Richieste: 0321 612571, www.interlinea.com


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