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La giovane ebrea al suo amato musulmano
C’è una pozza di sangue tra te e me.
Mio Dio, chi l’ha versato?
chiunque sia stato,
caro, è sangue sprecato.
Ma io so che l’amore
mio, se mi aprirai le braccia,
potrà vederlo asciugato.
Vieni, non tardare.
(MARIO LUZI,
Parlate, a cura di Stefano Verdino, Interlinea) |
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«Non esiste un poeta di così lungo
corso e sempre in ascolto come è Mario Luzi, il cui itinerario
poetico non ha mai comportato una pigra amministrazione delle
proprie ricchezze, ma si è sempre prodigalmente speso, e tuttora si
spende, in diverse avventure dell'immaginazione con un esito di
molteplicità che non ha eguali nel nostro secolo». Queste parole di
Stefano Verdino ben introducono a questo grande poeta, il maggiore
contemporaneo italiano. Mario Luzi è nato a Castello, allora
frazione di Sesto Fiorentino, ora inglobato in Firenze, il 20
ottobre 1914 e «diversamente da altri importanti poeti della sua
generazione come Bertolucci, Caproni e Sereni, Luzi è stato
pressoché‚ subito riconosciuto: la sua era un'«immagine esemplare»
(secondo una famosa definizione di Carlo Bo) già nel 1940., quando
il poeta non ancora ventiseienne viveva in quella capitale della
letteratura italiana che era la Firenze degli anni trenta, la città
allora di Montale, Gadda, Palazzeschi, Vittorini, Gatto, Pratolini e
altri. Il precoce riconoscimento comportò anche un'etichetta - Luzi
poeta ermetico, anzi il poeta ermetico per antonomasia - che, mai
respinta dal poeta fedele alla propria giovinezza, si è sempre più
mostrata limitante e inadeguata. La vastità dell'opera luziana fa sì che egli sia un poeta plurimo come pochi e che sia
emblematico di stagioni tra loro diverse: il primo Luzi (fino agli
anni cinquanta) è significativo rappresentante di una lirica
esistenziale (soprattutto con Sereni, suo prediletto interlocutore
in poesia) di derivazione ben più montaliana di quanto
l'appariscente orfismo di alcune sue punte ermetiche faccia
supporre. Però poi si apre la svolta: il punto di
vista non è più tra l'io e la realtà, non c'è più giudizio (o
pregiudizio): l'io come tutti e tutto è nel flusso, è attraversato
dalla vita, come è attraversato dalla parola: il poeta assume per
sé‚ il ruolo umile e superbo di scriba, in un rinnovamento degli
istituti del dire poetico e delle prospettive fondamentale per il
tardo Novecento, affine, per quanto diversissimo, all'altro
prediletto compagno di poesia, Giorgio Caproni. È la stagione
poetica che, dopo la svolta di Nel magma, fa la grandezza del
Luzi di tardo Novecento, poeta della «pienezza» (per usare
un’espressione di Giovanni Giudici). E va riconosciuto il coraggio
di una poesia che, per quanto allarmata dal nefando della storia,
dice un raro (o forse unico) "sì" a una vita naturale (Stefano Verdino, in “Italica”,
www.italica.rai.it).Mario
Luzi è scomparso all'età di novant'anni nel febbraio 2005. |