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«Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la
mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho
ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato
egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è
cambiato né in me né intorno a me. Ho amato, sino a dimenticarmi di
me stesso; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto
qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male,
non sono stato punito. – Tutto è ugualmente inutile».
(Guido Morselli,
Diario, 6 novembre 1959) |
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Portato alla ribalta solo dopo la morte, Guido
Morselli (Bologna 1912-Varese 1973) è l’esempio più emblematico
dello scrittore italiano incompreso e rifiutato dalle case editrici,
autentico ma sfortunato, destinato a una fama postuma tanto più
beffarda e drammatica quanto pagata con la rinuncia alla vita.
Arguto giornalista, saggista nonché romanziere, in vita non trovò
figure editoriali disposte a pubblicare le innumerevoli fatiche e
l’inevitabile assenza di lettori non gli permise di essere a tutti
gli effetti scrittore se non nella coscienza personale (Professione:
Agricoltore, recitava la carta d’identità). Personaggio atipico
e di difficile collocazione, Morselli oscillò tra bizzarria e
fantastoria, con puntate di psicologismo ossessivo nell’ambito di
una pressoché spiccata tendenza allo sperimentalismo stilistico. Tra
i romanzi: Roma senza papa, Contro passato-prossimo, Un dramma
borghese e Dissipatio H.G, ultimo testamento dell’autore
bolognese. Alla luce dello straordinario successo di critica e
popolarità postumamente arriso dall’autore, permane ancora un
consistente alone d’inesplicabilità riguardo le incomprensioni che
condussero Morselli sulla via dell’autoeliminazione. |
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