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Roberto
Cerati: un protagonista racconta Editoria
di cultura ieri e oggi, è il titolo che ha accompagnato la lezione
aperta tenuta da Roberto Cerati, presidente della casa editrice Einaudi,
che ha avuto luogo nella nostra università all’interno del corso di
Editoria. L’intervento è stato articolato in tre punti che
rispecchiano l’iter di un’opera all’interno di qualsiasi casa
editrice: come scegliere, come fare e come vendere un libro. Si è
discusso dei cambiamenti di queste tre fasi dell’editoria letteraria
nel nostro secolo, partendo dall’esperienza della casa editrice
torinese di cui Cerati è stato testimone fin quasi dagli esordi. In
particolare l’attuale presidente si è soffermato sul primo punto del
suo intervento, ovvero sul come scegliere un libro da pubblicare, che ha
dato modo di ascoltare dalla viva voce di uno dei protagonisti il
racconto dei ritiri estivi a Rhêmes-Notre Dame, degli incontri (anche
scontri) proficui tra i vari autori, del modo in cui un libro veniva
pensato attraverso un lavoro collegiale nel quale non esistevano giudizi
individuali ma più giudizi dialoganti tra loro. Durante le riunioni lui [Einaudi] ascoltava col suo tipico sogghigno. Ha sempre avuto un po’ il gusto del provocatore, di chi mette la pulce nell’orecchio. Faceva un sorriso leggermente perfido e diceva con la sua voce nasale: «Sei proprio sicuro? Mah, io non sarei così sicuro…» Raramente sbagliava. Si discuteva tutto e di tutto, per ore. Quando finivano le riunioni del mercoledì si andava a pranzo insieme, con Pavese, Calvino, Franco Venturi, Cesare Cases, Massimo Mila e altri, in campagna, alla trattoria di Simone. Dopo
la riunione, ogni titolo doveva essere accettato da tutto il consiglio
dei collaboratori. Decisa l’opera da pubblicare, si passava alla
seconda fase, corrispondente al secondo punto dell’intervento di
Cerati, ovvero come realizzare un libro. Qui rientra la forma esterna, l’aspetto
grafico del volume, il momento della «vestizione di un corpo che doveva
essere "bello dentro"». La veste grafica era decisa sempre
attorno al tavolo ovale, questa volta però pieno di fogli, righelli e
illustrazioni, con il conforto dei grafici e dei designer come Oreste
Molina e Bruno Munari. Così nascevano le copertine delle collane più
famose della casa editrice torinese di via Biancamano attraverso il
confronto di varie idee e il dialogo tra autori, direttori di collana e
grafici. Ad esempio, ha ricordato Cerati, la copertina della famosa
collana diretta da Calvino, "Centopagine", nacque dall’idea
del grafico di utilizzare un catalogo di passamanerie che qualcuno corse
immediatamente a procurare, mentre alla copertina della collana
"Collezione di Poesia" mancava qualcosa, non bastava solo
riportare una citazione del testo sul bianco Einaudi… così Munari
seraficamente e con occhio critico trovò la soluzione, e preso un
righello tracciò una linea che separava il titolo e lo struzzo dalla
citazione: il problema era risolto. Fino a quel momento si parlava
soltanto di libri, dei loro contenuti, ancora senza considerare alcun
elemento di tipo commerciale. Giulio Bollati, che entrò all’Einaudi
nel 1949, in tempo per conoscere Cesare Pavese, ricorda le riunioni del
mercoledì come un momento intellettuale altissimo, in cui si discuteva
su come comunicare il sapere per costruire un mondo giovane, in cui
tutti si proponevano di essere dentro la vita, nella nascita politica,
morale e intellettuale di un paese moderno. Ne disse Einaudi: «Credo
sia l’unico esempio in Europa di democrazia interna nella scelta dei
titoli, cioè nelle decisioni produttive». Tuttavia bisogna rilevare
che non si trattava di una democrazia assoluta, ha detto, infatti,
Cerati: «Non esiste una democrazia pluralistica, la democrazia è
ascoltare tutti e poi decidere in pochi». Velania
La Mendola |
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A
cura di LEGE! |
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