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Le carte di Rebora

Libri, autografi e immagini di un grande poeta

 
Una mostra e un libro rivivono,
a 50 anni dalla morte, la vita e le opere di Clemente Rebora

 

Da una mostra documentaria in occasione del cinquantesimo della morte del poeta Clemente Rebora, uno dei massimi esponenti della poesia italiana del Novecento, nasce il libro Le carte di Rebora. Libri, autografi e immagini: un itinerario nella vita e nelle opere del poeta, edito dall’ISU-Università Cattolica, a cura di Lege, con presentazione di Roberto Cicala e Valerio Rossi e una nota di Luciano Erba (“Quaderni del Laboratorio di editoria”, pagine 104, euro 8).

Ci sono libri pensati per invitare ad aprire le pagine di altri libri, a scoprire un autore, a leggere i suoi testi: è anche l’intento di questo catalogo per la mostra (Università Cattolica, Atrio di via Nirone 15, Milano, dal 30 ottobre al 6 novembre; poi alla Biblioteca Civica Negroni di Novara dal 15 al 22 novembre), illustrato in gran parte con quei «libri e scritti e carte» che a metà della sua vita Clemente Rebora volle «giustiziare» per seguire la sua «scelta tremenda» che lo avrebbe portato alla vita religiosa, per poi scoprire che «santità soltanto compie il canto».

Le pagine ripercorrono la vita, opere e incontri del poeta anche attraverso i luoghi a lui più cari, dalla Milano dove nacque nel 1885 fino a Novara e ad altri luoghi novaresi che lo videro «professoruccio filantropo» prima della Grande Guerra negli anni del suo primo libro Frammenti lirici e sacerdote rosminiano nei suoi ultimi anni, tra Domodossola e Stresa, dove si spense il primo novembre del 1957 lasciando opere come Canti dell’infermità e Curriculum vitae e molte carte inedite.

Proprio gli autografi sono uno dei fili rossi della mostra e del catalogo, allestiti con appassionata cura da giovani studentesse e ricercatrici del gruppo Lege (Leda Cavalmoretti, Velania La Mendola, Elena Rancati e Maria Villano), all’interno di un’esperienza proposta dal Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica grazie al sostegno dell’Isu dell’ateneo per lo studio delle carte reboriane tra Stresa e Novara: senza intenti esaustivi e specialistici ma come proposta di studio e di accostamento a un autore fondamentale della poesia italiana.

Emerge anche un percorso di storia editoriale tutt’altro che secondario, anche perché attraversa, per esempio, le edizioni della “Voce” di Prezzolini  e quelle all’insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller.

 

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All’indomani della scomparsa Eugenio Montale dedicò al poeta parole che servono ancora oggi a presentare l’incandescenza della sua esperienza spirituale: «è un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae». Qui forse sta una delle chiavi di lettura e di ricerca su un poeta che si comincia ad amare dopo non poche difficoltà di lettura, come è la poesia vera. è quanto confessava Raboni parlando anche di un certo occultamento della grandezza di questo «maestro in ombra» (è Pasolini ad averlo definito così) che ha patito l’essere al di fuori della linea vincente del Novecento, quella che va da D’Annunzio a Ungaretti, e l’aver fatto una scelta religiosa radicale e controcorrente. Come si legge nella presentazione di Roberto Cicala e Valerio Rossi, «se Rebora resta dunque un pilastro su cui poggia il nostro secolo poetico passato, sempre citato da tutti ma poco letto, è tuttavia conosciuto in profondità soltanto da un gruppo ristretto di fedelissimi, spesso neppure legati alla cultura cattolica, in generale pigra verso una conoscenza diffusa del poeta (e chissà che ora qualcosa di più si muova). Non a caso nelle antologie scolastiche dei licei, dove è comunque presente, ci imbattiamo nelle solite poesie – anche con errori di stampa ripetuti da una all’altra – e i giudizi riportati sono ancora quelli dei suoi primi critici, negli anni trenta e cinquanta (da Serra a Contini). Eppure molto è stato fatto da allora ed esiste un interesse crescente di studio verso l’autore dei Frammenti lirici, soprattutto negli anni novanta grazie ai convegni di Rovereto e della Sacra di San Michele e alla fortunata edizione tascabile delle poesia negli “Elefanti” Garzanti. Mentre si sente ancora parlare delle questioni legate alla cosiddetta conversione, alla continuità o meno tra il prima e il dopo, alla necessaria rivalutazione di alcuni testi religiosi, spesso fraintesi (ma per tutti basta l’articolo lucido e illuminante che Luciano Erba scrisse proprio cinquant’anni fa, poco dopo la morte, e qui per la prima volta riproposto nel libro), alcuni segnali fanno presagire il tanto auspicato e coraggioso invito a far riprendere in mano i suoi testi maggiori e far scoprire la forza di questa poesia dell’essere – di un essere in divenire – grazie all’ausilio di commenti intelligenti fondati sullo studio degli autografi».

Rebora va letto, ecco il punto nodale che il libro propone (con la mostra alla quale si riferisce, con convegno e reading di poesia promossi dall’Università Cattolica nell’anniversario della morte nel segno di un suo verso, «A verità condusse poesia»). Rileggere significa anche sforzarsi di riconsiderare le fondamentali categorie di espressionismo e mistica per la poesia senza età di Clemente Rebora che un altro poeta, Carlo Betocchi, ha colto con limpida intuizione come poesia che si fa «spirituale con quella particolare rozzezza e timidità che è propria degli spirituali, uomini dall’inconfondibile accento, dal passo impreciso che noi si dimentica».

 

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A cura di LEGE - Laboratorio di Editoria Giovani Editori - Facoltà di Lettere e Filosofia


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