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“l mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa
lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome - ripeto -
sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti
più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti 'Non avete mai
sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là'". |
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Tra
realismo e simbolismo lirico si colloca l’opera di Cesare Pavese,
per il quale la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita
adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo
disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di
autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città
vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la
realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato
l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le
componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano
direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese.
L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è
offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della
noluntas l’artista si lascia vivere, è
pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una
sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso
negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della
storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il
sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina
una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente,
smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si
trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, gravemente
handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione
esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa
situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora
che vivere diventa “mestiere” da apprendere con grande pena e spesso
senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare
come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere,
non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità
di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici «Quando scrivo
sono normale, equilibrato, sereno», dice Pavese. Per la
letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è
determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione
dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte
diventano sinonimi, vivere è “essere per la morte”. |