La rubrica Improvvisi tenuta da Sebastiano Vassalli per il “Corriere della Sera” lungo vent’anni costituisce il diario in pubblico di un grande romanziere che è innanzi tutto un intellettuale: spesso scomodo ma sempre lucido nell’analisi. I suoi sono brevi trafiletti che per anni costituiscono il contrappunto dell’autore della Chimera alla vita politica, sociale e culturale italiana. Sono interventi a tema libero in cui oltre all’oggetto conta lo sguardo, l’intonazione che trasferisce al lettore un’impressione vividissima degli eventi più clamorosi come di quelli più marginali, tutti letti in una chiave timbricamente inconfondibile. Un commento tagliente e antiretorico, che spesso rovescia il senso comune, travolgendolo in un’ironia caustica e senza indulgenze: l’editoria, la pubblicità, la televisione, la letteratura, la politica, la storia recente, usi e costumi dell’italiano contemporaneo sono i soggetti su cui Vassalli imbastisce le sue variazioni, svolgendole con naturalezza nella misura breve. Letti in sequenza, i suoi Improvvisi (a cura di Roberto Cicala con prefazione di Paolo Di Stefano) rappresentano il controcanto di un osservatore che sa trasformare occasioni di cronaca in frammenti di un universo morale.

Dalla prefazione di Paolo Di Stefano. «Il ventaglio delle tematiche è molto ampio: società, spunti tratti dai libri, dalla vita culturale, dalla politica, dalla cronaca, dalla realtà materiale che lo circondava. Si va dai giovani cannibali al mostro di Firenze. Dal politicamente corretto al “babbo matto” Campana. Dal tramonto dell’editoria come progetto (“Basta amarcord dei tempi einaudiani”) al “savianesimo” ruspante. Dall’odio come ultimo tabù all’ultimo immortale Scilipoti. Dall’invincibilità delle zanzare all’illusione delle ideologie, vero cavallo di battaglia di Vassalli. Dalla iettatura (da cui si difendeva visibilmente) alla mania di inseguire i best seller. Dal naso di Bossi alle qualità del Ruché, il vino piemontese, “meno aristocratico e spocchioso” del Barolo e del Barbaresco, che Vassalli amava molto e a cui ha dedicato uno degli ultimi Improvvisi. Il suo motto, del resto, veniva da Gargantua e Pantagruel: “Beati quelli che piantano cavoli, perché un piede ce l’hanno sempre per terra e l’altro non è mai troppo lontano”. Così intendeva anche la scrittura».

Dalla presentazione del curatore Roberto Cicala. «Sebastiano Vassalli viaggia nella storia con i suoi romanzi come fa nell’attualità con gli articoli giornalistici: il suo atteggiamento, che talvolta può apparire distaccato o scostante, è invece fondato sul rigore morale e non è una forma di fuga o di rifiuto ma una risposta alla necessità di porre una distanza tra sé e il mondo, gli altri, per osservare e capire meglio. Non significa che questo abito mentale di eremita laico della scrittura non affondi le radici in un’incrollabile fiducia nella letteratura e nell’uomo. Lo attestano i suoi libri: in verità, come ha rivelato un volta, “io sono un nulla che ha sognato molto”».

Sebastiano Vassalli, a dispetto degli estremi biografici (Genova 1941 – Casale Monferrato 2015), è vissuto fin dalla prima infanzia a Novara ritirandosi negli ultimi anni alla Marangana in mezzo alla pianura novarese delle risaie, dove ha ambientato nel 1990 La chimera, il suo romanzo più tradotto nel mondo, e altri libri tra cui Cuore di pietra (pubblicato da Einaudi, suo editore per mezzo secolo), L’oro del mondo, Terra d’acque (nel catalogo Interlinea) e Terre selvagge, il primo titolo con cui nel 2014 è passato a Rizzoli, che ha iniziato a ristampare le sue opere e proponendo da ultimo il romanzo postumo Io, Partenope. Lungo vent’anni ha collaborato al “Corriere della Sera”.

Roberto Cicala (Novara, 1963) insegna all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Laboratorio di editoria, e presiede il Centro Novarese di Studi Letterari. Editore di Interlinea, scrive su quotidiani e riviste e ha curato antologie, studi filologici e bibliografie, da Rebora a Dionisotti.

Sebastiano Vassalli, Improvvisi. 1998-2015, a cura di Roberto Cicala, prefazione di Paolo Di Stefano, Fondazione Corriere della Sera, pp. 432, Milano 2016, euro 14.

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